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1956-2006 Cinquant'anni di Carta Geografica
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Livio Felluga

“Cosa ho fatto di importante?”

(Cossa go fato de grande?)

“Lisa, tira fora le braghe lunghe del picio, che doman el devi andar a Udine e in Carnia a vender botilie de Refosco”.

Questo è uno dei primi impatti con il vino, “l’alimento” vino, come lo definisce Livio Felluga, il “giovane” novantaduenne che in mattine di luce nelle sue terre intorno a Rosazzo, ho l’onore di intervistare. Lo stesso “vino che da cinque generazioni ci dà il pane”, come aggiungerebbero i biografi se, di Livio Felluga, si potesse condensare in “witz”, arguzie, e nei suoi motti di spirito il vitale e vivo, e non richiudibile, itinerante percorso di vita. La sua “personalissima” carta geografica.
"Le braghe lunghe del picio” ci portano a Grado nel 1929 e chi le indosserà ha quindici anni. Tutta la sua famiglia è sull’isola: il padre Giovanni, la madre Lisa, le sorelle Rita, Mariucci, Elda, Luigia, e i fratelli Nino e Marco. Quattro di loro sono nati in Istria, a Isola d’Istria, e le cinque generazioni del vino sono “carte geografiche” di umanità e spostamenti, di terre da arare e di vino da vendere, di natura da incuneare nella propria strada biologica. Forse, o anche soprattutto, di un luogo perduto, come l’Istria italiana, vittima della storia, da “riconquistare”. Che Livio Felluga ami la terra perché l’ha abbandonata da bambino e poi perduta, è teoria interessante.
Un bisnonno e un nonno viticoltori, l’esigenza di vendere il proprio prodotto di famiglia, si chiami Refosco o Malvasia. “Mio nonno li portava anche a Vienna, la capitale”, lo dice con orgoglio il nostalgico Livio, proprio lui che è nato due anni prima che morisse il grande vecchio dai baffi bianchi, Kaiser Franz. L’ultimo imperatore.
Uno scherzo della natura questo giovane di novantadue anni, primo e ultimo “patriarca del vino friulano”, che si ricorda tutto, o “quasi”. Ride, si distrae, gioca con le parole, perché per lui “le parole significano” ed è vigile sulla memoria. Ripete sempre, perché dovete parlare di me? Cossa go fato de grande? La sua lingua è il veneto d’Istria; il dialetto, quello di Grado. La sua storia: l’italiano. È un “pastiche” fonetico che volentieri questa intervista a Livio conserva.
Mi viene il sospetto che a scrivere romanzi d’amore, come Liala o Barbara Cartland e ad incidere l’amore sulla terra con il vino come ha fatto il “patriarca” Livio Felluga, porti bene e renda longevi, data l’età di vita che è stata delle signore in questione e l’esistenza ancora intatta e fresca del giovane Livio. Livio balla persino, e se gli capita di rompersi il femore, come è successo quest’anno, diventa lo stupore dei medici. Tempo di guarigione per l’accaduto? Meno di un mese, perché il nostro giovane riprenda a camminare tra le vigne, quasi ogni mattina, com’è sua abitudine, e se ne stia sopra le “sue” marne a guardare la propria personale carta geografica, con il tabernacolo del santo Urbano alle spalle. “È il santo protettore dei vignaioli”. Ma Livio Felluga è religioso? “Non vado a messa, ma la natura se la ami ti vuol bene, non ti tradisce, ti ricambia.” “Quando vedo un fiore nella mia campagna, capisco che non si può essere atei. Contro ogni scienza e spiegazione, qualcosa c’è. Sopra di noi.” Qualcuno sopra le sue terre c’è. Dentro le colline. Un demiurgo che le ha create, con il girapoggio inciso dall’uomo, le curve assolate, la pioggia che scivola a valle, mentre una piccola forma di città forse grida contro, anche se da lontano. Un demiurgo inventore ed artefice da qualche parte ci deve essere: questo dicono i suoi occhi che brillano nelle nostre mattine di sole.

E questa è la sua personale visione del mondo, la sua pagana e santa religiosità, il suo stare in piedi e in silenzio tra le cose della natura.
Livio Felluga ama meditare. “Camminare e meditare”, mi dice, “questo ti aiuta.” In una delle mattine in cui ci incontriamo, è nella sua Foresteria, in cima alle colline, a guardare lontano. Oltre da sé, sembra quasi di non poter fermare il suo sguardo. “Perché tagliare il silenzio?”, ci si chiede. È una forma di disturbo, e di distrazione. “Se questo libro fa del bene agli altri”, dice, “se le mie parole servono a qualcuno, allora andiamo avanti.” “Ma non voglio spettacoli nè fuochi d’artificio.” Natura riservata la sua, come la terra che ama. “Niente esplosioni, tutto viene da solo; perché io”, dice il giovane signore, “ho fatto solo che il mio dovere.” “Anzi, cossa go fato de grande?”. Livio Felluga, quasi un secolo di vita tra guerre e cambiamenti nella carta della storia, non ha fatto niente di così importante se non vivere. Certo, vivere. Ma la “sua” carta della “sua” personalissima storia, e se la mappa è il simbolo di un rapporto tra spazio e fenomeno, la sua personalissima carta dell’anima è fatta di sogni realizzati, di confini “s-confinati”, dove la sua rettilinea moralità ha portato la carta ad espandersi in un movimento ad onde, fino a chiudere il mondo stesso.
Da Isola d’Istria al mare di Grado, da Grado alle terre del Friuli, dall’Italia all’Africa e alla Scozia, con sei anni di fatiche nel cuore per lo strazio della Seconda Guerra mondiale e della prigionia. E poi di nuovo dentro i confini dell’Italia per rimodellare il terreno, quella collina dei desideri, che Livio Felluga prima di tutti gli altri vignaioli in Friuli Venezia Giulia ha trasformato negli Anni Cinquanta in natura riproduttiva, in terreni generosi. Terre che si sono ribellate quasi da sole alle fabbriche. In regalo: lavoro, trasformazioni, uva. Competenza? Coraggio, fortuna? Essere stati i primi? La semplice fortuna di una buona idea?
Ecco la carta del mondo dentro i vini di Livio Felluga che tutto il mondo conosce. I vini della Carta Geografica, appunto. “Queste le vigne, questo il mio vino. Ve lo offro.” E quest’uomo è Livio Felluga, che nel 1956 compra un’antica mappa del territorio, la pulisce di ciò che non serve e tiene solo i “suoi” luoghi.
Una mappa inventata per un antico mestiere.
In un foglio nascosto in un cassetto del soggiorno, impunemente sottratto, leggiamo: “L’azienda, poi, diventa a conduzione familiare ed è storia di oggi.” Il prima e il dopo è nella parole di Livio Felluga: non ama le interviste, sfugge i racconti e la celebrità; ha semplicemente vissuto, per novantadue anni, credendo nel potere e nell’illusione della terra. Che Livio Felluga ami la terra perché l’ha abbandonata da bambino e poi perduta, è teoria interessante.

Seguo il paesaggio dell’anima inseguendo Livio e ci spostiamo dentro la Foresteria, tra gli affetti dei figli, quattro e ormai grandi, a cui Livio ha dato in mano la sua azienda, e le foto dei nipoti che il “foresto” lo vivono, come Giovanna, figlia di Maurizio, che sta a New York, ben salda all’arte contemporanea, o Letizia, figlia di Elda, che canta con la monumentalità soul del suo precoce talento e studia musica a Londra. O Carlo, l’altro figlio di Elda, con la passione del globetrotter che gli fa girare la Serbia alla ricerca delle interviste impossibili. E in coda, le tre piccole liceali, Laura, Vittoria, Chiara. Anche i figli stessi di Livio, che non amano, al pari del padre, comparire tra le parole stampate, sono la vitale estensione invece della carta geografica dei sogni di Livio, delle sue sane ambizioni, del suo coraggio di avere coraggio. “Cosa ho fatto di importante?” Già, e solo, e basterebbe, questi quattro figli, che si vogliono bene.
Maurizio, il più grande, che viaggia con profitto lungo la geografia del vino “Livio Felluga” con la passione per il jazz e l’orecchio raffinato. Elda, l’unica figlia, che i media conoscono per la capacità naturale del suo sorriso, un po’ zingara e “pasionaria”, con l’entusiasmo senza tempo di chi si stupisce ancora. Andrea, fermo nella sua ortodossia legata alla produzione del vino e alle sue solide battaglie in difesa del “purismo” che sia metodo, finalità, intento. Filippo, l’ultimo dei figli di Livio. Il viaggiatore transiberiano. Esperienza sul campo in Francia e in Nuova Zelanda per apprendere l’arte della vinificazione. È lo zio di Giovanna, e con Giovanna ha veramente pochi anni di differenza. Così, tanto per parlare di quella geografia dell’umano che smentisce – ogni tanto – “fortunatamente” i cartografi.

– Fornivamo anche Francesco Giuseppe, l’Imperatore di Austria e Ungheria con il nostro Refosco.
Cosa è rimasto di “quel” Refosco?
– Siamo rimasti noi, – Livio ride.
Cinque generazioni che si occupano di vino... lei come nasce?
– Come ho cominciato il mio lavoro? ‘Nonno mio’ ha detto a mio padre, finita la guerra: Giovanni, vai a Grado e vendi vino. Con la barca, da Isola d’Istria portava il vino nell’Isola d’Oro, come la chiamava il poeta gradese Biagio Marin. Era il 1921. All’inizio era solo. Poi ci siamo trasferiti noi.
Questo libro è un omaggio a chi ha idee e lei le ha avute prima degli altri.
– Avevo quattordici anni quando mio padre mi ha mandato a vendere vino a Udine con il ‘santolo’ Emilio Gottardo: ho conosciuto il Friuli e me ne sono innamorato. A ventidue ho detto a mio padre: ‘Voglio andare via da Grado e lavorare in Friuli’. E lui: ‘no’. Il perché restava escluso dai suoi dubbi. Ma io non volevo passare le domeniche d’inverno a giocare a carte. Nelle case. All’inizio andavo a Gradisca. Vendevo vino in bicicletta. Il tappo delle bottiglie era un tutolo di pannocchia, per far vedere che arrivavo dalla campagna, – sorride. – Con la bici mi fermavo e chiedevo: ‘Per andare a Fogliano dove si va?’ Era quello che sapevo: quasi niente.
Livio, il pioniere-inventore.
– Mi sono trasferito in Friuli con mia sorella Rita. Lei mi faceva da mangiare. Vicino a noi c’era una piccola macelleria, dove lei andava sempre a comprare luganighe, salsicce. Un giorno il macellaio le ha detto: ‘Siora Rita, la compra sempre luganighe, ma come le fa?’ E lei: ‘Ripiene’, la ga dito, – Livio ride.
Cosa piaceva ad un ragazzo come lei del mondo del vino?
–  A me? Venderlo!

Livio racconta così la sua personalissima carta geografica dentro strade che a quindici anni non conosce, in viaggi che si ripetevano ogni tre mesi. Episodi da ricordare? Tanti. “I viaggi duravano tre giorni.” Tutto nuovo e lieto per un ragazzo arrivato dal mare. “A Udine, nella grande cantina dei Fratelli Marzano, con i quali poi avrei anche lavorato, mi aspettava il mio padrino, venditore di vino, e partivamo con la macchina. “La vettura mi sembrava grande”, mi dice, “ ma a quei tempi vedevo tutto grande.” (sorride) “Si arrivava fino in Carnia, fermandosi in ogni paese”, prosegue, “una continuità di osterie e ristoranti, e quest’ultimi molto rari.” Ristoranti? “Per me erano i posti più importanti, perché potevo con più facilità vendere le bottiglie di Refosco.” Passano gli anni. “È ad Emilio Gottardo che ho chiesto, dopo il servizio militare, un aiuto. Gli ho detto: “Per favore mi trovi una piccola cantina in Friuli.” E così ha fatto. E Livio come la paga? “Con le cambiali. Le prime che portano il mio nome”, mi risponde puntualmente. “Ed arriva anche la prima licenza di commerciante di vini.” Che orgoglio. “Incomincio le vendite arrivando fino a Monfalcone.” E la sua personalissima carta geografica si allarga. “In breve mi faccio una buona clientela. “ Altro motivo di orgoglio. “La clientela chiedeva vini di collina.” Ecco la sua carta geografica espandersi con la delicatezza di quei fiori che incontra anche oggi nella collina dei desideri, Rosazzo. Ecco che fiuta la natura della collina e la ama senza chiedere nulla. E lei ricambia spontaneamente. Il ragazzo arrivato dal mare si è fatto uomo e incontra il Collio. Ci cammina su. Conosce la provenienza dei vini. Medana, Cosana, San Martin di Quisca, allora Regno d’Italia. La gente vuole vini di collina. E Livio glieli vende. Porta la mappa del corpo sulle curve delle marne ed è il successo. Il primo. Piccolo. Piccolo preludio a quello che accadrà.
“I primi guadagni li portai in banca”, mi dice, “e indossai il vestito di festa. Quello della domenica, per ben capirci.” e si ferma. E noi non possiamo fermarci che qui, accanto a Livio Felluga, per alcune ore ad ascoltare la sua mappa. Parole, gesti, canzoni. Parole, gesti, canzoni: tutto il Novecento c’è in lui. Anche la guerra. Il richiamo alle armi. È il 1940.

– Alla patria ho dato otto anni. Due anni di militare, poi la Guerra d’Africa con tre anni di Libia, nel Quinto Genio Guastatori. Presi prigionieri e portati in Scozia. Altri tre anni di pri­gionia. Partiti da Villa Vicentina e tornati a casa dopo sei anni. La mia vita è stata movimentata. Nel deserto eravamo i primi ad aprire le piste e gli ultimi a scappare. Avevamo una carta geografica in mano e decidevamo dove tracciare le piste per far spostare le truppe.
Una carta geografica? Spunto interessante.
– Per entrare nel Genio dovevi studiare le mappe e fare un esame. Dimostrare che le capivi. Il coraggio? Necessario. E la velocità d’azione, pure. Ero l’autista del comandante. Mi diceva: ‘Livio preparati.’ Così, attraversavamo il deserto, con la paura attaccata al collo e, al rientro al campo, lui mi regalava un: ‘Livio, non sei alto... ma sei grande.’ Il Sahara l’ho fatto tutto dieci volte. Sono stati tre anni... di sangue e sabbia.
Come comunicava?
– C’è un biglietto qui – indica un cassetto, – che dice: ‘State tranquilli. Sono prigioniero.’
– Livio abbassa lo sguardo. – Mia mamma quella notte aveva fatto un sogno, e la mattina ha chiesto a papà: ‘Giovanni, andiamo a Montesanto, al Santuario, voglio sapere dov’è il nostro Livio.’ Poi, al ritorno, ha trovato la cartolina.
Ricordi di prigionia.
– Eravamo italiani. Dalla Sicilia in su. Con me i miei grandi amici Enver Rota e Silvio Cappellari. Non ci sono più. In prigionia, in Scozia, ci portavano con un camion in campagna a coltivar patate. Tutto sommato trattati bene, ma le notti in piedi sotto la pioggia con il pretesto della conta non le dimentico.
Insegnamenti.
– Ho imparato che l’umanità è ancora infantile.
E quello che sta succedendo oggi?
– All’umanità manca cultura, – Livio si agita. – Si vive una volta sola! Dialoghi, non polemiche. Nelle polemica ha torto anche chi ha ragione. Io mi considero un uomo molto felice. Lo scriva questo.
La felicità.
– Voler ben a se stessi per voler bene agli altri.
Il suo volersi bene.
– Ero contadino di natura, conoscevo la terra, era mia. L’amavo, ed appena ho potuto, ho cominciato a comprarla. Anni Cinquanta. Ho messo i primi impianti. Ho messo delle buone viti. E adesso lavora l’intera famiglia. Tutti e quattro. Duecento ettari.
I primi terreni.
– A Brazzano, dove ho costruito la cantina, e subito in collina a Rosazzo. Ho piantato i primi Tocai, Pinot, Merlot. E ai figli ho detto: ‘studiate che il sapere apre le porte del mondo’. E dopo, loro: ‘Papà stiamo con te.’
E star con lei significa...
– Un alleluia.
Libro della Carta Geografica. Parliamone.
– Mi sono detto, voglio vendere vino a Milano e a Roma. Ma a Milano e a Roma sanno da dove viene? Era il ’56. Sono andato a Udine da un amico antiquario e ho comprato una carta geografica. È così che nasce l’etichetta, tanti anni prima delle DOC, le zone a Denominazione di Origine Controllata. Del mio vino, ho dichiarato la provenienza. Mi sembra una cosa sem­plicissima. Cossa go fato de grande?
Primi terreni. Com’era la collina?
– Abbandonata. Credo di essere stato il primo. I contadini l’avevano lasciata per andare in fabbrica. Della terra non si fidavano: non rendeva.
E lei?
– Ho comprato e modellato il terreno senza violentarlo. Bisogna voler bene alla natura. E alla campagna. E quando si dà questo bene, la campagna dà dieci volte di più.
Primi collaboratori.
– Due, tre operai. Bepi era un giovinotto. È rimasto con me fino alla pensione. La sua, – Livio ride. – Io non davo ordini, davo consigli.
Dicevo: ‘guarda che da te questo non me l’aspettavo.’ Oppure, ‘è questo che mi aspettavo da te.’ Solo queste due frasi, mai altro.
Amicizie nel mondo del vino.
– Considero amici tutti quelli che coltivano la terra. Ricordo su tutti Mario Schiopetto. Il primo vignaiolo friulano che ha viaggiato per conoscere altri luoghi del vino, insegnandoci cose importanti. Mario, conoscevo suo padre, è diventato un grande vinificatore.
Giovani produttori: cosa è cambiato in cinquant’anni.
– La cultura. La cultura insegna a vivere. Più si sa e più si vale.
Il vino a cui è affezionato.
– Terre Alte. Direi che Maurizio ha avuto ragione. Lo ostacolavo perché ero contrario ai vini da tavola, ma lui si è impuntato, dimostrando che la sostanza vale più della forma.
Altro vino.
– Oggi il Tocai friulano, lo scriva.
Le piace il nome “Friulano”?
– Purché si scriva che è Tocai. Sarà per affetto, ma io la penso così. So però che ciò che importa è la qualità del vino in bottiglia, si chiami Tocai o Friulano.
La vittoria più grande.
– Lavorare con i miei figli. Tutti!!! Uniti. In un unico lavoro: la terra.
“illivio”: il grande vino a lei dedicato per i suoi ottantacinque anni.
– Mi sono commosso e ho ringraziato i miei figli. E poi, in un certo qual modo non volevo. Perché la modestia è una grande virtù. ‘illivio’ è una ‘dedica’ piena di affetto. Io la vedo così, e lei come la vede?
Rimpianti?
– No, non ne ho. Dovrei?
Il valore.
– L’onestà.
Valori trasmessi ai suoi figli.
– Credere in quello che si fa. Avere passione. Ho sempre detto loro: ‘Ciò che conta è il patrimonio cervello.’
Delusioni?
– Ci sono state, anche da chi mi è stato vicino, ma non le prendo in considerazione. Sono sempre andato per la mia strada.
E quindi?
– Buon comportamento e buon vino parlano già abbastanza.
Insisto: le brutte esperienze l’hanno resa più forte o più debole?
– Ho perso mia moglie Ada, quando mio figlio Andrea era piccolo. Ho visto morire parenti ed amici. Ho novantadue anni, o no? Ma quando mi ‘viene in mente’ una ‘brutta’ cosa, le dico, vai lontano. Quando ‘ne arriva una bella’, sorrido. E sto bene. È essere un po’ furbi.
Un bel risparmio.
– L’energia deve essere anche fisica per stare bene. Passeggiando si fa lavorare il cervello. Ma bisogna stare attenti a dove si va, eh? – sorride.

Si ha l’impressione che questo giovane novantaduenne, pioniere di una missione nata dall’amore per la terra, forgiata con il coraggio del Dopoguerra, sia più equilibrato di qualunque mistico orientale. Come se l’albero della vita della religione ebraica sia qui segnato dalla linea di una vita di lavoro e di sacrificio come quella di Livio certo, ma che ha di sottofondo una musica felice. È l’ironia e la leggerezza con cui Livio Felluga affronta il ricordo. Non c’è malinconia, casomai severità sana nel parlare di cose serie. La battuta è sicura, le frasi secche, sobrie, ed illuminate da un pensiero che corre lungo novantadue anni di storia, la maggior parte del Novecento.
C’è tutto in quest’uomo, anche la voglia di vivere ancora, di sognare, di sperare che il futuro sia migliore. “Occidente ed Oriente divisi. No,” dice Livio, “siamo nati insieme e moriamo insieme.” “Chi siamo?”, è la sua domanda. Me lo ripete spesso. I cammini dei grandi uomini sono solitari, mi dico, mentre lo guardo vivere e scherzare anche sulla sua solitudine di inventore della propria mappa. “Mi chiamavano pazzo. Tutti quella volta, dicevano: ‘Livio, te son mato.’ Die Menschen gehen, die Berge bleiben, recita un proverbio tedesco. Gli uomini vanno, le montagne restano. È proprio vero nel caso di Livio.

Quei profili morbidi delle colline friulane, con la fertilità nascosta tra le pietre, hanno avvolto l’intuito del giovane Livio in un’avventura geografica. Il Sebastiano Caboto delle mappe impossibili ha creato una nuova mappa del vino. La prima. La via più veloce per assecondare la natura e renderla amica. Fare del vino conoscendo la pianta del vino. E perché no? Riuscire a rendere tutto ciò una grande idea con il fiuto dell’imprenditore. Perché, come dice Livio di sé, “a me il vino piace anche venderlo.”
Si chiamano pionieri questi uomini del Dopoguerra, forti e risoluti, che hanno avuto anche la fortuna, ammettiamolo, di essere stati i primi. Potevano esserlo? Certo, ora non c’è più posto per quelle invenzioni di grande forma. Va di moda il piccolo, l’infinitamente piccolo, “l’acino” molecolare delle nanotecnologie.
Isi Benini, l’istrionico giornalista friulano, chiamava negli Anni Settanta Livio Felluga “il patriarca del vino friulano” e la fase di transizione dal Dopoguerra alla fine degli Anni Sessanta “Rinascimento.” Ora nel 2006 la chiameremmo età della conoscenza perché l’arte del fare è già data. C’è chi considera Livio Felluga “il grande vecchio dell’arte del vino”, ma lui insegnamenti non ne vuole dare. È la sua vita che parla. La Map Label parla per lui, anche al di là dell’Oceano. Dal primo viaggio della prima bottiglia via mare.
“Un giorno è venuto un signore in cantina con un grande mantello. Eravamo entrambi agli inizi.” È Luigi Veronelli, il giornalista lombardo che tutto il mondo del vino italiano ricorda. C’erano Gianni Brera e Piero Fortuna. Mario Soldati. Giornalisti e uomini appassionati che non tornano più. Erano i tempi in cui Livio andava ogni giovedì a Udine Al Lepre, con Isi Benini, Tullio Pittini, Giorgio Celiberti, da Tito Tavano nella sua osteria di via Poscolle a raccontar magiche storie davanti a un piccolo piatto di soppressa e polenta, a mo’ di saluto. L’appetizer che ora è un felice ricordo di tutti quelli che Al Lepre, in tanti anni, sono passati. E poi andavano nell’atelier del pittore Fred Pittino, a continuare. Parole e sogni. Una generazione che la forza l’aveva anche nel sorriso. “Gino sapeva tutto delle nostre produzioni, dalla Sicilia al Piemonte. E voleva bene al nostro Friuli”. (doppia pausa).

Ma lei e Gino andavate d’accordo?
Livio ride e non risponde.
Chi tace acconsente, o no?
– Non proprio.
E quindi?
– A volte litigavamo.
E perché?
– A volte lui diceva una cosa e io un’altra. Ma vada a ricordarsele tutte. Meglio di no.

Gli aneddoti di Livio sono quelli che rimangono sospesi oltre le pause. Come per suggerire: io te l’ho detto, ora rifletti. Livio racconta delle sue battaglie contro i vini da tavola, commenta le virtù del centenario Picolit, nettare d’oro, che Gino, a detta di Livio, trovava in ogni dove.
“Il maggior produttore di Picolit è... Gino Veronelli. È lui che lo cerca e lo trova in posti dove in realtà non esiste. “ Parola di Livio Felluga. Anni Settanta, confidenze fatte al settimanale “Panorama”. Con invito al giornalista: “Vediamo se ha il coraggio di pubblicarle.” Risultato: risata del Gino dalle porte di Milano. E un commento: forse ha ragione Livio. Conclusione per gli amici-nemici: Gino Veronelli, a Trieste, il 5 maggio 2003 a Livio Felluga conferisce il premio alla carriera che porta il suo nome.

Approfondiamo il punto di vista. L’invenzione di Livio della Carta Geografica sull’etichetta è principalmente questo: fermiamo la terra. Fondare un mondo terrestre e dargli un nome, meglio restituirgli il nome topografico attaccandolo ad un’etichetta, vuol dire chiamarlo a sé. Riconoscerne i confini. Che sia perché l’Istria, la sua terra d’origine, l’ha definitivamente persa poi nel ’54, è teoria interessante.
“Il maestro elementare De Grassi ci diceva: Mamuli, ‘nde lontan dall’Anzolo del Campanil.” Bambini, andate via da qui, da Grado, che c’è miseria. E Livio va alla conquista del Friuli a ventidue anni. 1936. Abito nuovo e coraggio tinta acciaio. Perché non è tornato in Istria, a Saredo, ci si potrebbe chiedere? Forse sentiva che la sua terra l’avrebbe perduta? Ha guardato più in alto, oltre il campanile di Aquileia. “Hic sunt leones.” E per lui che è nato nel 1914, pochi mesi prima che la storia buttasse italiani ed austriaci nella carta geografica della Prima Guerra Mondiale, fiutare la perdita dell’Istria è teoria interessante. Dal ’44 al ’56, anno di invenzione dell’eti­chetta, a pochi chilometri da quelle prime terre comprate da Livio, più di 250.000 persone, per la maggior parte italiani, abbandonano Zara, Fiume, il Quarnaro, l’Istria. Passano di qua e si disperdono. Decenni prima i Greci erano spariti nello stesso modo dalla geografia dell’Anatolia. Dalla mappa che contiene Isola d’Istria sparisce quasi l’intera popolazione italiana. E Livio? Lui è rimasto di “qua” per inventarsi la propria personale carta geografica.
Il suo primo atto di coraggio è andarsene da Grado. E la mappa si amplia. La sua prima invenzione? Salvare le colline del Friuli. E la mappa si trasforma. La seconda? Iniziare il mercato della “bottiglia di qualità”, quando il vino si vendeva dietro i banconi: “bianco” o “nero.” E la mappa si fortifica. Con la prima bottiglia venduta a Venezia a Giuseppe Cipriani, fondatore dell’Harry’s Bar, per capirci. Stop allora alle osterie, al vino sfuso, alla teoria dei senza nomi. “Gli Ultimi”, direbbe il friulano Padre David Maria Turoldo, con Livio sono diventati i primi. Hanno un nome. Hanno un posto. 1956: vini come Tocai e Merlot, sulla carta geografica di Livio Felluga, sostituiscono Refosco e Malvasia d’Isola. Ed hanno un luogo di produzione, un certificato di qualità a mo’ di dipinto. Colli Orientali del Friuli. Rosazzo. E Collio. In tutto il mondo, grazie all’idea della Map Label.

Un ricordo d’Isola.
– Mio nonno a sette anni mi metteva sull’asino, sul mus, con le brente, cioè con i sacchi di tela appoggiati al corpo della bestia, e diceva: ‘Eri mus, eri mus’. ‘Vai, vai’. Andavamo a Saredo nei nostri vigneti. In una brenta c’ero io. Nell’altra? Una pietra del mio peso. A sette anni sapevo già potare.
La sua carta geografica da quelle parti.
– Fino alla Guerra avevamo rapporti continui. Là erano rimasti i nonni. Finita la scuola ci andavo in vacanza. Mi sentivo libero. Giocavamo a pallone. Il campo sportivo era vicino all’ac­qua e c’era sempre qualcuno in barca che riprendeva la palla in mare.
È vero che suo papà l’ha conosciuto solo al ritorno dalla Campagna di Russia nel ‘19?
– Quando incontravo un soldato lo chiamavo ‘papà’. Lui è tornato quando avevo più di quattro anni. Me l’ha raccontato mia mamma.
Il “suo” ritorno dalla guerra.
– Mia mamma è scesa dalle scale e quando mi ha visto, è caduta dallo spavento. Ero magrissimo. Dieci chili meno di adesso. Non sapevano quando sarei tornato. Il primo che mi ha incontrato era papà, uscito dalla cantina. Un particolare è che là c’erano grandi botti di parecchi ettolitri. Papà mi ha detto: ‘Livio, non ho potuto lavorare molto in questo periodo. Non potevo lasciare i tuoi fratelli da soli’. E io: ‘non importa’. Poi apro le botti per lavarle e trovo dentro un’infinità di armi. Lui teneva armi e manifesti per i partigiani. Papà era socialista.
Giovanni Felluga politico.
– Amico di Pietro Nenni. Veniva a trovarlo a Grado. Papà era uno che comprava grossi quantitativi di legno, in Carnia e li regalava alla gente in difficoltà.
Com’era Grado allora?
– Eravamo considerati benestanti, ma io mi ricordo invece che portavo gli zoccoli. E all’ingresso del Viale principale c’era una guardia che non ci faceva entrare se non avevamo le scarpe. Quando noi invece, spesso e volentieri, eravamo anche scalzi. Arrivavano i casoneri dalla Laguna due volte al mese e si ubriacavano, mentre uomini elegantissimi frequentavano i grandi alberghi. Ricordo che si diceva: ‘Ndemo in Vial a veghe i siuri che i magna ‘l Gelato in Panciera’.
La libertà di pensiero l’ha ereditata. E la passione per la politica?
– La politica non la guardo, io guardo l’uomo.
Lei fa delle note, a margine di tutti i suoi documenti sin dagli Anni Cinquanta. Posso leggerne una?
– Certo.
Si domandava nel 1973: “strofinarmi con questa gente per vendere due bottiglie di vino?” Lo ripeterebbe?
– Mi riferivo a un giornalista fazioso. Forse oggi userei altre parole.
Il suo primo dolore.
– La morte di Elda, mia sorella. Era bellissima. La chiamavano “la Greta Garbo di Grado.” È morta durante le feste di Pasqua. Eravamo tutti a tavola e io stavo dicendo a mia madre: finalmente siamo tutti riuniti. Sento un grande grido. Era Elda che cadeva dal terrazzo. Era alta – pausa, – questa mia sorella. Stendeva una camicetta per asciugarla. Doveva andare ad una festa. E io ero appena tornato dalla prigionia.
Cosa è cambiato.
– Mi sono messo subito a lavorare. Poi il tempo aggiusta tante cose, – pausa. – Bisogna volersi bene nella vita. È l’unica.
Cosa significa essere il primogenito?
– Ai miei tempi moltissimo. Senso del dovere, responsabilità, protezione per i fratelli, sostegno per la famiglia. Un legame e un sostegno che non si sono spezzati neanche quando di famiglia ne ho avuta una mia, ma era normale.
Pensa di essere stato un buon genitore?
– E chi lo sa, – pausa. – Si sa come i figli si comportano con i propri genitori. Io ho cercato di essere sempre costantemente vicino ai miei ragazzi, ma chissà cosa ne sarebbe stato di me senza mia moglie Bruna.
Livio e la letteratura.
– Sono un autodidatta. Ho fatto la quinta elementare. Quando sono andato al ginnasio a Grado, dopo tre mesi hanno chiuso la scuola. Sarei dovuto andare a Gorizia, ma mio padre mi ha detto: ‘A Gorizia no te va. Metete a lavorar.’ E così è stato. Studiavo la notte, ma di nascosto. Mio padre mi diceva che consumavo la corrente. Era un uomo autoritario.
E i libri?
– Me li procurava il mio amico Giovanni Tognon, uomo colto ed intelligente. Lavorava nella libreria di Emil Wokulat, in Viale. Quella con il laboratorio fotografico.
Cambiamenti generazionali. Parliamone.
– Ero amico di Mario David, l’operaio di cantina di mio padre, un anno più di me. Un giorno mi ha detto, fuma che se bel, e mi ha messo in bocca una sigaretta. Poi è arrivato mio padre e mi ha dato una sberla: ‘No te pol fumar fin che no te son magiorenne.’ E quando lo sono diventato, son corso da lui con orgoglio, con sigaretta tra le labbra. Si doveva essere dimenticato del mio compleanno! Me l’ha praticamente spenta in faccia.
Di più. Al ritorno dalla guerra, ho trovato sul tavolo in cucina dei pacchetti di sigarette. ‘I xe de Marco e Luigia’, i miei fratelli più giovani, tredici e quindici anni meno di me.
E poi cos’altro le ha detto Giovanni?
– Io ho parlato. ‘Come è possibile?’ E mio padre: ‘Eh, picio, i tempi xe cambiai’.
Livio e gli amici.
– Ho conosciuto molte persone. C’è quello che ha l’occasione di aiutarti e quello che ti dà il buon giorno. Sono importanti tutti, anche se di veri amici la vita te ne riserva pochi.
Livio e i giovani.
– Devono riconoscere la gioia della loro gioventù. La mia attività si sviluppa sempre più attraverso di loro. Ce ne sono di bravi. È come dire: forse non muoio mai.
Paura della morte?
– Sono vivo per miracolo. Dall’esperienza della guerra dovrei ricavare che non ne ho. Invece è un sì. A novantadue anni appena compiuti posso ammetterlo? – abbassa lo sguardo.
Non si sente mai solo?
– Qualche volta è bello sentirsi solo. Qualche volta è necessario sentirsi solo.
No alla commozione. Cambiamo registro: Livio, un maschilista?
Cossa xè maschilista?
Appunto.
– No, le donne non sono inferiori. Neanche per idea. Voi avete intelligenza. Conoscete l’amore meglio di noi. E l’amore aiuta a vivere.
Chi è sua moglie Bruna?
– Una donna eccezionale. Ha saputo con tanto amore ricreare una famiglia.
La famiglia per Livio.
– Al primo posto. È la famiglia che ti porta a sacrificarti con il sorriso. E io della mia vita ora posso dire con orgoglio: non ho fatto altro che lavorare.

Con il sorriso. Soltanto ora, dopo più di 60 anni, Livio prende la barca in una giornata d’estate, accompagnato dal fratello Marco, e va alla spensierata riconquista dell’Istria, venendo dal mare d’Italia. Che ami così tanto la terra perché l’ha abbandonata da bambino e poi perduta, rimane teoria interessante.


Intervista di Elena Commessatti a Livio Felluga tratta dal libro "50 anni di carta geografica. Storia di un viaggio intorno".

© 2006 Gaspari Editore
© 2006 Livio Felluga

 

 
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