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1956-2006 Cinquant'anni di Carta Geografica
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Livio Felluga

La Carta di Livio

luoghi e terre tra Rosazzo e Brazzano 

Di carte geografiche e di vino / Chiedo preventivamente perdono per il piccolo falso che sto per compiere per introdurre questo mio viaggio tra carte, mappe e vino, riportando un piccolo passo del dialogo che il Piccolo Principe intesse con il vecchio geografo una volta raggiunto il sesto pianeta durante il suo fantastico peregrinare.

... «Che cosa fate qui?» disse il Piccolo Principe.
«Sono un geografo» disse il vecchio signore.
«Che cos’ è un geografo?»
«È un sapiente che sa dove si trovano i mari, i fiumi, le città, le montagne e i deserti».
... «È molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?».
«Non lo posso sapere», disse il geografo.
«Ah! (il Piccolo Principe fu deluso) E delle montagne?»
«Non lo posso sapere», disse il geografo. «E delle città, fiumi e deserti?»
«Non lo posso sapere», disse il geografo.
«Ma siete un geografo!»
«Esatto», disse il geografo, «ma non sono un cartografo»...*


Il dialogo prosegue, come tutti sanno, disquisendo sulla moralità dei cartografi, continuando ad abusare della pazienza di Antoine de Saint-Exupéry che nel testo originale parla di esploratori, e di come i geografi devono controllare il loro lavoro, in quanto ci potrebbe essere il rischio che un cartografo che avesse bevuto troppo annotasse sulle carte due montagne invece di una sola!
Ma al di là del racconto si può dire che non esisterebbe una vera geografia senza la cartografia, in quanto come scrive Norman J. W. Thrower in Maps and Man, «la carta è un indicatore sensibile di come muta il pensiero, e poche altre opere umane sono uno specchio così eccellente della cultura e della civiltà».
Fin dalla più remota antichità l’uomo ha avuto il bisogno di comunicare, molto prima che con la scrittura, con segni, schizzi e tracce il senso del dove, del vicino in relazione al lontano, rappresentando dapprima gli spazi del proprio vissuto quotidiano, della propria civiltà di villaggio, per ampliarsi poi alle terre più lontane e al cosmo stesso. Ed è proprio questo il fascino che spinge tutti ad essere attratti dalle vecchie carte e mappe, non solo per le loro valenze artistiche, ma per quello che comunicano e che rappresentano: la conoscenza dei luoghi, le loro caratteristiche più profonde, e soprattutto l’organizzazione del territorio e l’idea dello spazio che sta alla base della loro civiltà e della loro cultura. E se questo è il compito specifico della geografia, sicuramente non quella descrittiva di confini, prodotti e capitali, veicolata per generazioni nelle scuole, è evidente che non si può prescindere dalle carte, da quel sapere che esse trasmettono. Le carte raccontano, entro i limiti da loro stesse definiti, di terre, di luoghi e dei loro nomi, di fiumi e di campi, di strade e di alture, dei segni dell’uomo e della natura, e trasmettono, per chi sa leggerlo, il senso profondo di un territorio, quella identità che lo rende unico e originale.
Ed è così anche per i vini: i vini spesso hanno nomi di luoghi, di terre, di regioni, sono forniti di forte senso di identità e di appartenenza e comunicano in maniera indelebile la civiltà, la cultura e il territorio da cui traggono origine. Basta chiudere gli occhi e richiamare alla mente nomi di vini noti e meno noti per lasciarsi trasportare in un viaggio fantastico tra i luoghi del mondo, dell’Europa, d’Italia, del Friuli. Uno scorrere continuo e veloce di ampie vallate, di fiumi, di colli, di borghi, di paesi e di città, di paesaggi elaborati e complessi, di vigneti che si susseguono ad ulivi e boschette o a distese infinite di campi coltivati, di pianure, di dolci colline, ma anche di ripidi versanti terrazzati. Ed ecco farsi strada Barolo, le Cinque Terre, Soave, Carmignano, il Chianti, Bolgheri, Montalcino, Taurasi, Ischia, Marsala, Ay, Sancerre, Meursault, Pomerol, e i territori lontani di Napa, Coonawarra, Marlborough, Stellenbosch e i luoghi più vicini, più conosciuti, più amati e percorsi: la vasta pianura friulana fra risorgive e grave, le colline degradanti del Collio e dei Colli Orientali del Friuli e, più nitide e certe, le strade e i viottoli che portano nei roncs, tra filari di quelle uve che si fanno Picolit, Pinot grigio, Sauvignon, Refosco, Merlot, Ribolla gialla, Tocai friulano.
Ma accade lo stesso con le mappe e le carte geografiche. Si chiudono gli occhi e si comincia a viaggiare, a percorrere territori che si aprono e si svelano in mille paesaggi evocando suoni, colori, lingue, case, strade, volti di donne e di uomini, fatiche e gioie, ozi e lavoro, culture e modi di vita, identità e appartenenze. Territori intesi come l’insieme di quegli elementi che costituiscono la trama di fondo dello spazio dove l’uomo realizza il suo progetto esistenziale, sia individuale che collettivo, trasformando il territorio in paesaggio.
Un paesaggio che diventa culturale in quanto spia dei modi di vita delle società umane, presupposto fondamentale per la comprensione delle caratteristiche peculiari che le legano al territorio, quali il senso di identità e il senso di appartenenza. E questo è ancora più vero, quando i gruppi umani costituiscono delle comunità caratterizzate da specialità linguistiche, etniche e culturali tali da differenziarle fortemente da quelle vicine e renderle uniche e originali.
Paesaggio culturale e vino sono in questa chiave di lettura occasione di conoscenza, strumento privilegiato per la comprensione dei luoghi. Comprensione che nasce, da un lato, dal gusto, dai sapori, dagli odori, dai colori del vino, ma dall’altro, e imprescindibile, dalla lettura di carte, di mappe, di resoconti di viaggio, di libri. Le affinità e i legami continuano oltre: per conoscere i vini e i luoghi è necessario spostarsi, percorrere, attraversare, muoversi all’interno. Strade che portano ai vini, strade che portano ai luoghi. E i luoghi del vino sono luoghi eccezionali, suggestivi, antichi, come antiche sono le carte e la voglia dell’uomo di disegnare i propri luoghi. Il Friuli in questo senso è una terra privilegiata: i Romani ci hanno lasciato una delle carte geografiche più importanti nella storia della cartografia – la Tabula Peutingeriana – con le indicazioni del reticolo stradale e viario; e insieme alle strade ci hanno portato la vite e il vino, originando così i primi vignaioli, i primi traffici commerciali, le prime taverne e osterie.
Percorsi antichi e paralleli: arte quella del saper fare buon vino, arte quella di disegnare buone, e non solo belle carte, e così l’uomo cartografo si fa vignaiolo e il vignaiolo si fa cartografo...


La carta geografica di Livio ovvero la carta dell’etichetta / Geografo ancora in erba avevo lasciato la vecchia Europa per raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti e la curiosità di ammirare i paesaggi delle metropoli, le famose conurbazioni studiate sui libri e che nei primi anni ’70 rappresentavano dei veri e propri modelli di organizzazione spaziale, mi faceva sopportare, guardando dall’aeroplano, l’immenso e uniforme blu dell’oceano che aveva sostituito il reticolo della tessitura dei campi, l’insieme variegato delle vallate e delle cime alpine, i segni sinuosi e pigri dei fiumi. In fondo, ragionavo, è facile disegnare le carte del mare e degli oceani, anche se di tanto in tanto il blu dell’oceano veniva segnato da piccole scie lasciate da navi – ma quelle, per fortuna dei cartografi, non vengono rappresentate – mentre quelle di terraferma sono complicate da montagne, colline, paesi, centri abitati e da mille altri elementi da rappresentare.
Era il mio primo vero viaggio importante e le suggestioni erano molte. Lasciavo una piccola regione e i suoi paesaggi, pensando a come avrei raccontato la geografia dei miei luoghi: le catene alpine, l’alta e bassa pianura, il mare, i fiumi, ma soprattutto come far localizzare facilmente il territorio friulano. Se avessi detto Udine, nessuno avrebbe saputo il dove – l’Udinese non era ancora una squadra di serie A! –, Cividale ancora meno, e così avrei dovuto far ricorso a luoghi più noti: Trieste e Venezia e sicuramente con la seconda la localizzazione sarebbe stata meno incerta. Avrei dovuto usare i concetti di vicino a, poco più in su, non lontano da, indicando confini e limiti.
Mi dicevo che questo non era un problema perché tutte le carte hanno dei confini, dei limiti; ma quali riferimenti dovevo utilizzare per una più facile comprensione? Quelli delle carte a piccola o a grande scala? (Per curiosità: quanti dei lettori sono ancora alle prese con la storia della piccola e grande scala? Se la carta è a piccola scala il territorio rappresentato sarà ampio o di proporzioni ridotte? Angoscia di tutti gli studenti, come le proiezioni – azimutali, coniche, cilindriche, conformi, equivalenti, gnomiche o dai nomi strani, di Miller, di Lambert, di Sanson-Flamsteed, di Mercatore, di Eckert – per non parlare di latitudine e longitudine e dei sistemi di riferimento, dei reticoli, di Gauss-Boaga e delle carte mute... morte certa dell’amore per la geografia e la cartografia!).
Non avevo portato con me carte, anche perchè mi sembrava ridicola l’idea di estrarre carte e mappe – e soprattutto poi ripiegarle! – ogni volta avessi dovuto riferire della mia provenienza, e così mi proponevo, a malincuore, di parlare in termini generici, come fanno le antiche descrizioni di viaggiatori, di quella terra posta ai confini orientali dell’Italia, non molto lontano da Venezia... Mi rincuorava però il fatto, mio inglese permettendo, che avrei potuto utilizzare il bellissimo brano del Provveditore veneto di terraferma Francesco Michiel che così descriveva il Friuli nella seconda metà del 1500:
«Questa Patria del Friulj è bellissima Provincia dove li viene di tutte le cose neccessarie et copiosamente: prima, de grani tanti, vini perfetissimi, legne per foco, et per fabriche, bone acque, et demum aere perffetissimo quasi per tutta essa Patria. Ella è situata con uno ampio piano, cinto intorno da parte di tramontana da tre ordini, di montagne: de le qualli le prime sono colli, over monti amenissimi, fruttiferi di biave et vini delicatissimi et perfetti, et bonissimi fruti: le secunde sono de legne da foco, et fabriche: le terze ed ultime asperi altissimi et esposte ale nevi et giazio. La parte del mezo giorno, è cintta dal mare, dove se ritrovano di boni et amplissimi porti. Il suo piano è ripieno di terre, castelli et villagi ... vi sono de molti fiumi, et notabili, como è il Timavo, il Lisonzo, il Taiamento et di fine il Livenza amplissimo, ma placido fiume ... molti altri torrenti capazissimi, et lagi et acque».

Descrizione che tra l’altro, oltre ad identificare con particolare precisione gli elementi caratterizzanti il territorio, sottolineava i vini perfetissimi come principali prodotti dell’economia dell’epoca. E così mentre mi avvicinavo alla patria della Coca-Cola rimuginavo attorno al vino e al territorio, mentre le hostess a bordo offrivano dell’improbabile Frascati e Chianti in mini bottigliette.
Anche se le limitazioni sul bagaglio a mano non erano ancora così pesantemente intervenute, il viaggiare leggero e le rigide norme doganali mi avevano sconsigliato, ahimé, di portarmi appresso i sacri prodotti della terra friulana: vino, formaggi e salumi da utilizzare convenientemente come rara merce di scambio per le diverse occasioni di ospitalità che avrei dovuto affrontare. E proprio per una di queste ebbi la fortuna di incontrare per la prima volta il “vino della carta geografica”. Infatti arrivato a New York, mi recai in uno di quegli enormi e incredibili luoghi dedicati all’acquisto di alcolici, dove si trovavano, sistematicamente ordinati in lunghissimi scaffali, liquori di ogni tipo, birre e bevande varie e vini, suddivisi per nazione di provenienza e poi per tipo, da poter acquistare, dopo esibizione della carta d’identità, e riporre nel caratteristico sacchetto di carta marrone.
In quegli anni a far da padrona nel mercato statunitense del vino era la Francia alla quale erano dedicati lunghi scaffali, mentre poco o nulla era lasciato agli altri paesi produttori sia europei che degli altri continenti. Per curiosità mi misi comunque a cercare lo spazio dedicato all’Italia e a scorrere i vini proposti: Barbera, Barolo, Chianti, Frascati, qualche Merlot del Veneto e poi per il Friuli, ricordo bene ancora, facevano bella mostra alcune bottiglie di Pinot Grigio e di Tocai Friulano contrassegnate da una strana etichetta che di fatto andava a risolvere molti di quei problemi di localizzazione dei luoghi sui quali mi ero a lungo arrovellato in aereo. Infatti le etichette riproducevano una carta geografica di una porzione di territorio friulano compreso tra i corsi del Torre e Natisone e dell’Isonzo e che, quindi, poteva facilmente e ben rappresentare, a grande scala,  i miei luoghi e i luoghi di produzione dello splendido vino contenuto in quelle bottiglie.
Le etichette di vino sono qualcosa di particolare, di unico, perchè devono sinteticamente svolgere diverse funzioni: sono delle carte d’identità, sono delle istruzioni per l’uso, sono delle certificazioni di qualità, sono delle indicazioni di origine, sono anche l’immagine stessa del vino e svolgono un ruolo fondamentale di marketing e di relazioni pubbliche, ma spesso sono anche delle vere e proprie opere d’arte.
Le tecniche utilizzate e la grafica sono le più disparate: dal moderno all’antico, dalle fotografie dei vignaioli a quella dei territori di produzione, dalle opere d’arte a segni grafici moderni, dalle cantine alle aziende, c’è di tutto..., ma etichette con carte geografiche poche, molto poche, a tal punto che a cinquanta anni da quella scelta i vini di Livio Felluga riportano, con orgoglio, sulla capsula la dicitura “1956-2006, 50 anni di carta geografica”. 
 
Ma vediamo più da vicino questa carta geografica, anche per fornire a chi dedica uno sguardo frettoloso a questa particolare etichetta, molto più attratto, e giustamente, dal contenuto delle bottiglie che ha davanti, quello che invece un attento cultore di carte e mappe, abituato da sempre ad una lettura puntigliosa e pignola di questi magnifici documenti, sicuramente noterà.
La carta presenta degli aspetti inquietanti, misteriosi, speciali, quasi ci fosse stata una regia nel disseminare dei piccoli segni, dei piccoli indizi per condurre il viaggiatore curioso, ricostruendo un percorso a ritroso, a quel giorno in cui venne scelta da Livio Felluga, novello cartografo, la famosa etichetta. Non avrebbe potuto fare di meglio per incuriosire, ma anche insospettire chi le carte le produce o le studia, ma anche chi, come dice John Noble Wilford, autore dello splendido volume “Cartografi”, che ripercorre la storia e le suggestioni della disciplina è stato attratto da «una carta distesa sul tavolo, promessa di luoghi da scoprire e di cose da vedere, luoghi che segnati sulla carta geografica incitano al sogno, alla congettura, forse all’esplorazione».
La Carta di Livio, mi piace denominarla così, come quelle di Mercatore, di Cassini, di Ortelio, di Tolomeo, e di tantissimi altri cartografi noti o di semplici topografi, deve avere avuto una genesi particolare, pensata e ideata in un ambiente particolare e non frutto di una fredda progettazione in un asettico studio grafico. A Livio devono essere apparse, come d’incanto, le vecchie carte appese sui muri delle case padronali e delle ville o viste in qualche libro o in qualche atlante, o ancora offerte in qualche bottega d’antiquario o utilizzate per segnare confini di proprietà o di terreni da acquistare. Carte antiche, ma non prive di luoghi e di segni; carte nate da quella passione che Venezia aveva portato in terraferma, mappando case, villaggi, boschi e mulini; o ancora carte che come disegni d’autore interpretavano liberamente il territorio aggiungendo ed eliminando a seconda dei gusti e delle necessità fiumi e monti, strade e castelli, chiese e paesi.

Cosa meglio, deve aver pensato Livio, di una carta geografica per indicare il prodotto principe della terra e di una intera regione, cosa meglio di una carta per indicare i luoghi, le fatiche, il lavoro di donne e uomini, cosa meglio di un carta per far intraprendere un viaggio immaginario e fantastico a chi vuole andare oltre ai meri aspetti enologici, cosa meglio di una carta per portare nel mondo lo stretto legame che il vino ha con il territorio. Ma quale carta? Quali luoghi rappresentare? Ed ecco i primi segnali di una carta speciale il cui tratto è molto vicino a quello utilizzato dai cartografi dal 1500 fino agli inizi dell’800 quando si risolse il problema della rappresentazione dei rilievi. Infatti nella Carta di Livio si utilizzano ancora i così detti mucchi di talpa per rappresentare le montagne asprissime, invece delle moderne tecniche a tratto e sfumo, delle tinte altimetriche o delle curve altimetriche o isoipse. Inoltre il disegno delle località abitate è appena abbozzato a forma di semplice edificio o di castello, o di chiesa o ancora, per i centri maggiori, di edifici con più torri e mura, come nelle carte che a partire dal XVI secolo descrivono la Patria del Friuli, quali quelle di Pirro Ligorio, di Ortelio, di Scolari o di Cristoforo Sorte. Anomalo invece è l’elevato numero di toponimi presenti e la loro dicitura moderna che sostituisce quella più antica presente nelle altre carte e pure anomala è la scelta di rendere particolarmente riconoscibile il territorio con la presenza di numerosi corsi d’acqua, ma, diversamente dalle carte maggiori, privi dell’indicazione del nome. Anche il cartiglio scelto, nel quale è inserito il nome del vino e talvolta l’anno di produzione, non è tra quelli usuali in cartografia e ricorda forse di più, per chi ha fatto il chierichetto, le cornici che racchiudevano sugli altari le formule dell’antifona e dell’offertorio.
Ma il fatto più curioso della Carta di Livio, caratteristica sognata da tutti i cartografi, è la sua mutevolezza. Infatti a seconda del bisogno la medesima carta si dilata e si restringe a comprendere nuovi territori e contemporaneamente ad escludenderne altri. E allora ecco la domanda che il cartografo si pone e che sorge spontanea: esiste un carta segreta più ampia, che rappresenta tutto il Friuli e le terre di confine che si prolungano verso oriente?
Una risposta si può trovare esaminando una copia della carta-etichetta più vecchia di casa Livio Felluga, che identifica un Pinot di una produzione speciale di Livio: la carta è diversa dalle attuali, più vicina alle antiche carte sia nello stile del disegno che nella ricchezza dei particolari e comprende un territorio delimitato dal Natisone ad ovest e dall’Isonzo ad est, mentre si evidenza chiaramente Cormons, ma pure Goritia (Gorizia) e Cividal (Cividale) del Friuli. Pure interessante è che l’unico corso d’acqua indicato con il nome è il torrente Corno, ma sono anche tratteggiati il Torre, lo Judrio, il Versa. Tutto ciò non si ritrova nella carta, o meglio nelle carte, di Livio attuali: sembra abbiano subito un ridisegno più moderno dove i nomi dei luoghi sono quelli attuali, i corsi d’acqua appena accennati, i borghi scomparsi, i monti e i colli più sfumati. Rispetto alla carta più antica sembra che questa nuova rappresentazione, animata di vita propria, voglia in qualche maniera suggerire l’impoverimento di un territorio che sempre più si va omologando segnalando il pericolo dell’affievolirsi della civiltà e della cultura contadina.
Ma nelle carte di Livio che accompagnano oggi il Sossó, il Pinot Grigio o il Terre Alte, solo per ricordare alcuni dei vini di Livio Felluga, c’è la capacità fantastica di mutare, di dilatarsi, di cambiare il colore di alcuni toponimi, di adeguarsi a quello che contengono e quindi di seguirne il destino. E chissà se qualche volta, svuotato il prezioso contenuto della bottiglia, la carta-etichetta non scompaia, trasformandosi in uno spazio inanimato e vuoto, vero terrore dei creatori di mappe.
Ancora un ultimo dubbio da dipanare, che mi deriva dalle recenti letture suggeritemi dai figli, in relazione a quella mappa del malandrino, posseduta da Harry Potter: una mappa vivente, che si crea e si ricompone in tempo reale, che indica al tempo stesso lo spostamento di persone, di animali e di cose e segnala i luoghi segreti e nascosti alle normali carte. Una carta che è non semplice rappresentazione di un territorio, di un luogo, di una regione, ma in qualche maniera è dinamicamente aggiornabile e modificabile e che si anima di vita propria. E allora di sicuro esiste una Carta di Livio simile alla mappa del malandrino, sulla quale si animano i vigneti e i vendemmiatori, i carri ricolmi di uve e le botti di solfato – termine in disuso ma che riporta al passato e a tanti ricordi di attrezzi e di riti magici – e forse segna il percorso di ogni bottiglia, ma ancora più misterioso il volto di chi, sorseggiando un calice, intreccia storie di vita e di amori.


Carte, mappe e catasti: un breve viaggio tra carte e cartografi / Disquisendo della Carta di Livio sono stati introdotti alcuni elementi e alcuni problemi tipici della cartografia, ed è giunto quindi il momento di lasciare per un po’ Livio e la sua grande famiglia ad occuparsi di vigne, uve e vini, e di intraprendere un rapido viaggio nelle carte del passato, sia per comprendere meglio le vicende della cartografia, sia per conoscere più a fondo quella parte di territorio friulano, attorno all’Abbazia di Rosazzo, tra i comuni di Corno di Rosazzo e di Manzano, che proprio Livio Felluga ha contribuito a valorizzare.
Per fare questo viaggio abbiamo cercato di proporre alcuni documenti noti e altri meno noti, scovati in quello splendido luogo di raccolta di mappe che è l’Archivio di Stato di Udine. La ricerca poteva essere più ampia e poteva spingersi a Venezia, a Vienna, a Roma e negli archivi privati delle famiglie friulane, ma volutamente si è preferito proporre delle carte e delle mappe che possono essere facilmente reperite in repertori e raccolte edite o consultabili direttamente -
e questo è un caloroso invito – presso l’archivio udinese. Non è stata facile la scelta, ma il criterio è stato quello di fornire un rapido excursus nella storia della cartografia, partendo dalle mappe cinquecentesche per arrivare alla produzione delle mappe catastali, con le quali si conclude l’epoca classica della cartografia, e inizia quella moderna.
Chi ha avuto la pazienza di seguire fin qui il discorso ha compreso che i cartografi hanno dovuto affrontare molti problemi per risolvere le grandi questioni poste dalla rappresentazione in piano della superficie terrestre. Problemi di scala, problemi di rappresentazione del rilievo, di strategie proiettive, di scelte grafiche e simboliche di raffigurazione, non dimenticando quelli filosofici ed epistemologici attinenti al concetto stesso di realtà e della sua trasposizione su carta. Altro problema centrale che ha accompagnato la cartografia è stato quello delle tecniche di rilevamento che oggi sembrano assolutamente banali visto il supporto della tecnologia e dell’informatica: tutti noi al computer possiamo costruire facilmente carte geografiche, ingrandire, rimpicciolire e stampare mappe e piante stradali, osservare il pianeta dai satelliti e con zoom mozzafiato viaggiare dentro valli e città ricostruite tridimensionalmente; ma una volta non era così: costruire e disegnare una carta implicava fatica, intelligenza, capacità tecniche e artistiche, conoscenze matematiche, geografiche e astronomiche e spesso significava percorrere a piedi chilometri e chilometri. Ed è stato così per molto tempo fino all’introduzione delle tecniche topografiche e geometriche che hanno veicolato l’idea che era possibile una rappresentazione scientifica della superficie terrestre.
Oggi è facile esaminare anche una porzione piccola di territorio e individuare tutti i documenti utili alla sua rappresentazione, tenendo conto che a partire dalla fine dell’Ottocento la fotografia è diventata compagna fedele della cartografia, mentre per il passato grandi porzioni di territorio, poste ad esempio alle periferie dei centri più dinamici ed evoluti, venivano semplicemente indicati con le frasi ormai proverbiali quali hic sunt leones, montagne asprissime o lasciati vuoti a disposizione di cartigli o altri fregi decorativi. Questa era anche la condizione delle terre del Friuli che per un lungo periodo furono scarsamente documentate e poco rappresentate cartograficamente, e ciò è ancora più vero, per porzioni di territorio più piccole come quelle qui indagate. Ma ancora una volta alcuni elementi ci facilitano nel coniugare la storia della rappresentazione delle terre di Rosazzo con quella della cartografia corografica, in quanto Rosazzo e la sua Abbazia erano fin dal IX e X secolo un importante punto di riferimento non solo locale, ma per una più ampia area. Inoltre il territorio orograficamente elevato è compreso tra due corsi d’acqua che da sempre per la cartografia rappresentano dei limiti palesi e quindi facilmente rappresentabili. E allora ci piace immaginare i primi cartografi che attratti dalla bellezza dei luoghi sono saliti
a fatica, con gli attrezzi del mestiere, sulla spianata dell’Abbazia o sul vicino colle di Santa Caterina per rilevare un territorio che si apriva in una prospettiva particolare, e permetteva di conoscere non solo il vicino, ma uno spazio che si dilatava dalla costa istriana alla pedemontana e più in su fino alle vette delle Giulie e delle Carniche.
Proprio questa possibilità di cambiare la scala, questa continua opportunità di decifrare un territorio, e al tempo stesso di leggerlo nel suo insieme, deve essere stata la profonda motivazione che sottende la rappresentazione di questi territori, resa complessa dalla variegata morfologia dei luoghi e da un confine che fino ai giorni nostri ha segnato la vita e i luoghi delle popolazioni.
Le prime rappresentazioni di queste terre, tralasciando i documenti più antichi, sono le carte che a partire dal XVI secolo descrivono la Patria del Friuli. Considerando l’approssimazione e l’imprecisione della rappresentazione del territorio, tipica delle carte dell’epoca, è necessario per la lettura delle carte fare riferimento, oltre all’indicazione toponomastica di Rosazzo, ai corsi d’acqua – il torrente Torre, il fiume Natisone – alla linea dei colli e ai centri più importanti di Cividale del Friuli e Buttrio o spingersi fino a quelli più relativamente lontani di Udine o Gorizia.
Una delle prime e più importanti carte, considerata la più antica carta a stampa dell’intera regione, è La vera descritione del friuli & patria... di Giovanni Andrea Valvassori, detto Guadagnino e data alle stampe nel 1553, che fornisce, nel cartiglio, una breve descrizione geografica della Patria del Friuli e dei suoi centri principali. Nella carta troviamo indicata la località di Rosacis (Rosazzo) e le montagne, naturalmente a mucchi di talpa, sono asprissime mentre evidenti sono i corsi del Nadisone Fiume e del Lisontio (Isonzo). Anche le carte successive non si discostano di molto dalla carte del Guadagnino, sia per il disegno che per la precisione e il dettaglio della localizzazione dei centri abitati. Successivamente le carte si ammorbidiscono nei tratti del disegno e nella rappresentazione del rilievo, ma non ci sono sostanziali passi avanti sul versante delle informazioni proposte: Rosazzo resta Rosacis e gli elementi caratterizzanti il territorio sono i soliti. Tra le carte di questo periodo va segnalata quella di Paolo Forlani detto il Veronese, noto stampatore veneziano che si rifà, copiando, alle carte precedenti e in particolare a quelle non riconducibili ad un preciso autore, costume questo che resterà in uso nel corso di tutto il ‘500 e il ‘600.
Negli anni Settanta dello stesso secolo vengono date alle stampe altre carte generali del Friuli, tra le quali va ricordata quella inserita nell’Atlante Theatrum Orbis Terrarum del fiammingo Abramo Ortelio, il primo atlante moderno, che sarà successivamente edita e ripresa più volte da altri stampatori e cartografi. La carta pur presentando una esagerata e sproporzionata penisola istriana introduce il toponimo attuale Rosazzo, pur in una generale semplificazione nel
numero dei centri riportati. Le carte generali successive non propongono significative novità nel campo dei toponimi, ma migliora la loro localizzazione e l’individuazione della rete idrografica.
Accanto a queste rappresentazioni generali un ruolo fondamentale hanno i disegni, le mappe, le carte di porzioni di territorio redatte dalla Repubblica di Venezia, con scopi ben precisi, quali l’organizzazione di difese sanitarie in caso di epidemie, o la difesa dei confini, o ancora l’esenzione di dazi, la progettazione di opere idrauliche o stradali, o infine la divisione o la compravendita di terreni e di proprietà. Tra le molte carte depositate all’Archivio di Stato di Venezia ce ne sono alcune che riguardano in specifico il territorio qui esaminato. Tra queste va segnalata una carta manoscritta realizzata nel 1572, che rappresenta il territorio del Friuli Orientale, compreso tra Cividale e Rosazzo. Si tratta di un disegno a penna acquerellato ed è stato realizzato in occasione forse di dispute o contenziosi riguardanti le acque, e in particolare quelle attorno al territorio di Remanzacco. Purtroppo la carta è molto rovinata proprio attorno a Rosazzo, ma nel complesso è ricca di indicazioni toponomastiche e i paesi sono rappresentati con gruppi di case addossate alla chiesa e al campanile. Molto ben rappresentati sono i corsi dei fiumi e la rete di comunicazione viaria.
Nel periodo successivo, nonostante i progressi ottenuti e l’abbondante produzione di carte e atlanti, restava ancora sul tappeto la risoluzione di alcuni problemi quali la, ormai nota, rappresentazione del rilievo, la definizione precisa delle coordinate geografiche e l’utilizzo su ampia scala della triangolazione. Una risposta a questi problemi si ha a partire dal 1700, quando il potere politico e militare cominciò a comprendere l’importanza dello strumento cartografico, come strumento di gestione patrimoniale e amministrativa. Ecco nascere, all’interno delle organizzazioni statali europee, organismi ben definiti che si occupano di cartografia, con il fine di dare una rappresentazione “scientifica”, e più reale possibile, del territorio di riferimento di ogni singolo stato. Svezia, Austria, Delfinato, Nizza, Piemonte e Sicilia, tra il 1667 e il 1721 si dotano di carte che pur con qualche errore, specie nella determinazione esatta del reticolo geografico, possono essere ritenute le progenitrici delle cartografia modernamente intesa. Sulla base e sulla spinta di queste esperienze e sulla mole di dati raccolti durante le diverse campagne sul terreno svolte da topografi e geodeti, vide la luce a partire dal 1747, ad opera di Cesare Cassini, la grande carta su base geometrica a scala 1:86.400 dell’intero territorio francese, vero punto di riferimento per tutta la cartografia successiva e questa sì, vero atto di nascita, della cartografia moderna.
Ma un’altra iniziativa fondamentale per l’evoluzione e la storia della cartografia di queste terre e non solo, stava per prendere avvio proprio tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. Si tratta di quel grande progetto cartografico e di rilevamento puntuale del territorio rappresentato dal Catasto napoleonico e austriaco che sono di fatto il primo sistematico rilevamento puntuale, non solo degli aspetti insediativi, territoriali e di uso del suolo, ma anche di quelli patrimoniali e fiscali.
Il catasto geometrico particellare arriva quindi in Friuli con le truppe napoleoniche, e con l’apparato amministrativo dello stato del Regno d’Italia che si insedia nel 1807, dando vita ad una produzione sistematica di carte, mappe e altri documenti, che si protrarrà fino al 1851, quindi sia sotto il governo napoleonico che austriaco, che di fatto, almeno per questo particolare aspetto, si raccordano senza soluzione di continuità.
Il catasto è un sistema documentale molto complesso e articolato che, oltre alle mappe, comprende gli atti investigativi sul territorio che ne precedono l’attivazione e i documenti necessari per una lettura corretta delle informazioni correlate alle singole particelle delle mappe. La parte cartografica è costituita da una serie di prodotti che comprende l’originale di campagna, cioè l’insieme dei fogli rettangoli disegnati con la tavoletta pretoriana, da cui vengono tratte due copie, una delle quali in scala ridotta per l’intero comune e il nucleo abitato. Inoltre il disegno è accompagnato da un registro, detto Sommarione, dove sono elencate le singole particelle con indicati il toponimo, il nome del possessore, la posizione e la classe colturale, al fine di attribuire loro i dati utili alla valutazione fiscale.
Le mappe sono il prodotto del rilevamento sul campo condotto in tutto il Friuli e realizzato inizialmente tra il 1807 e il 1813. Il risultato porta alla realizzazione di carte che descrivono in maniera puntuale il territorio restituendoci quasi una fotografia dell’uso del suolo del tempo. I colori rafforzano l’effetto descrittivo e le carte realizzate diventano punto di partenza irrinunciabile per una ricostruzione in chiave evolutiva del paesaggio. Oltre ai fogli che presentano ampie porzioni del territorio, le mappe comprendono anche degli zoom sui centri abitati o sui nuclei di piccoli borghi o insediamenti rurali per meglio poterli comprendere e individuare. Ogni carta inoltre presenta una serie di segni più tecnici quali le frecce che indicano la direzione della corrente lungo il corso dei fiumi, i tratteggi e le linee puntinate in corrispondenza di crinali o valli e sulle linee di confine. Ogni appezzamento – particella – e ogni edificio è contraddistinto da un numero o da una lettera alfabetica, al fine di poterli facilmente collegare alle informazioni contenute nei sommarioni.
Molto importanti, poi, per il riconoscimento dei luoghi sono le scritte che riportano i nomi delle località e dei comuni confinanti o di sub-regioni all’interno del vasto spazio comunale. Le mappe rappresentano ciò che i periti avevano potuto vedere direttamente sul campo: strade, corsi dei fiumi, case, opifici, centri abitati, sentieri, nomi di luoghi, ma anche quello che non era direttamente visibile sul terreno, e che assumeva una importanza strategica nel nuovo sistema, come le linee dei terreni posti a coltura o degli incolti, o il confine comunale, o le linee di proprietà. Su queste basi non solo si è sviluppato un rigido sistema fiscale, ma pure una definizione,
anche se non probatoria, del quadro delle proprietà, e un disegno puntuale dell’organizzazione economica e sociale della comunità.

Nel 1851 si chiude il processo con la stesura di nuove mappe in fogli rettangoli e la redazione di un apparato di registri con cui l’amministrazione seguirà il destino di ogni particella.
Tra le oltre mille mappe a scala ridotta, conservate a Udine presso l’Archivio di Stato, qui si prendono in esame due mappe a scala ridotta che si riferiscono ai comuni censuari di Rosazzo e di Corno e una piccola mappetta che riguarda una porzione di territorio in comune censuario di Brazzano.
Le mappe sono arrotolate su un’anima di legno e abbellite da due pomoli sagomati, mentre dal lato opposto l’anima di legno è costituita da un guscio concavo che assicura la perfetta chiusura della mappa e la sua protezione. Il supporto della parte grafica è cartaceo e incollato su tela di lino. La carta è rifinita con un nastro verde che corre lungo i due lati liberi del foglio. Tutte le mappe sono state eseguite in riproduzione ridotta e desunte dall’originale di campagna e rappresentano le superfici dei comuni censuari del Dipartimento di Passariano, il cui nome è indicato in testa al disegno. Il documento inoltre, in calce, riporta le sottoscrizioni dell’ingegnere capo dell’ufficio dei disegnatori operante a Milano, del direttore del catasto e dei due tecnici che hanno riprodotto e riveduto la carta. Le mappe sono disegnate ad inchiostro e colori ad acquerello e riportano sempre la posizione del nord e la scala espressa in canne di due metri, che rappresenta il rapporto di riduzione in relazione alle lunghezze reali calcolabili sull’unità di misura utilizzata nel corso del rilevamento.
La lettura di questa carte non può e non deve fermarsi alla semplice descrizione cartografica, ma deve essere integrate con la lettura del sommarione. In esso sono raccolte le informazioni relative al nome del proprietario, al toponimo, all’estensione, alla classe colturale ossia al tipo di agricoltura che vi si sviluppa o che si svilupperebbe date le caratteristiche pedologiche, di ogni singola particella. Scorriamo così i nomi e i cognomi degli abitanti e le loro appartenenze familiari, rinveniamo lunghe liste di toponimi che ci raccontano di usi rurali e di elementi di paesaggio, scopriamo l’uso del suolo articolato in coltivazioni di specie note e di altre non più praticate, possiamo ricostruire le forme di un’edilizia legata alla vita nei campi, o le modalità di sfruttamento dei corsi d’acqua che attraversano gli abitati, e ritroviamo così i primi opifici e le attività artigianali.
Anche noi abbiamo scelto questo percorso di lettura, proponendo alcune suggestioni, alcune minimali chiavi interpretative, alcuni strumenti utili per chi volesse approfondire di propria iniziativa il percorso conoscitivo, stimolando così l’intrapresa di un viaggio nell’affascinante mondo delle carte e delle mappe catastali.
La carta di Rosazzo che si unisce a quella del confinante comune di Corno ci permette quindi di ricostruire un paesaggio ad insediamenti sparsi in ville e casali, mentre gli unici aggregati sono quelli dei borghi rurali di Case e Oleis, antico toponimo che ci rimanda alla coltivazione dell’ulivo. E infatti scorrendo il sommarione troviamo che più di qualche appezzamento era coltivato ad ulivo, maritato spesso con la vite, come indica la classe colturale più volte riportata 
della vigna a ronco con ulivi. Ma a far da padrona è sicuramente la vite che si trova sparsa sia nelle parti planiziali che di collina:
vigna a ronco, ronco vitato, aratorio vitato, prato vitato, che si accompagnano ad altre appezzamenti e luoghi dove predomina il bosco ceduo forte, la ripa boscata, il pascolo cespugliato, il pascolo con brughiera, o il semplice aratorio, inframezzato da quel particolare tipo di terreno sterile ricoperto da poca vegetazione definito zerbo, che talvolta poteva essere ricoperto da radi cespugli. Altri elementi significativi riportati sulla carta sono l’Abbazia di Rosazzo, la fitta rete stradale di collegamento interpoderale e il sistema idrografico che riporta, importante per noi, l’idronimo del torrente Sosò (Sossó), che dà il nome a uno dei vini di Livio Felluga.
Già queste poche note ci danno l’idea della vocazione che le terre di Rosazzo avevano agli inizi dell’Ottocento, ma la mappa ci riserva ulteriori sorprese analizzando ad esempio non solo i toponimi indicati nella carta stessa, ma quelli e tantissimi riportati nei registri. Moltissimi sono gli antrotoponimi, gli agiotoponimi, i fitotoponimi, i geotoponimi, gli zootoponimi, i nomi di origine latina, ma anche i più caratteristici di origine germanica e longobarda quali braida (poderetto chiuso), bando (luogo interdetto per legge), bearz (terreno erboso attiguo alla casa) e poi il diffusissimo, dal latino runcare, ronc (terreno coltivato a pascolo ricavato dal bosco), e tanti altri toponimi che si riferiscono alla qualità e alle caratteristiche dei campi coltivati o dei terreni. Alcuni suggestivi esempi: braida bassa, braiduzza, braida della tesa (luogo approntato per l’uccellagione), braida longa, braide dal bosc, ronco civico, ronchi di Rosazzo, ronchi Romano, roncat, campo de ancona, campo della chiesa, campo del Sasò, campo del riul (ruscello), campo de busate, campo del clap (sasso), campo des pociatis (pozze d’acqua), prat (prato) di sot, prat dal lôf (lupo), noglaret (nocciolo), pascut (piccolo pascolo), banz (bando)... Anche nella mappa di Corno troviamo gli stessi elementi arricchiti però dalla presenza di una rete insediativa più articolata, da un sistema viario di valenza superiore e dalla presenza del confine con i territori dell’Impero asburgico lungo lo Judrio. Alcuni elementi da sottolineare: la particolarità dell’uso della tecnica dello sfumo per la rappresentazione del rilievo, la postazione destinata al Guardiano del Judri e un ponte di legno sul torrente Corno posto poco sotto del centro abitato omonimo.
Questa mappa ci serve da tramite e da passaggio, superato lo Judrio, per giungere a Brazzano, ultima tappa del nostro viaggio dentro il catasto. Siamo oltre confine, siamo nell’impero d’Austria, dove vigeva ed è tuttora esistente un altro sistema di catasto, quello tavolare o del libro fondiario. Ma per nostra fortuna abbiamo rintracciato nell’Archivio di Udine una piccola mappa topografica di una porzione di territorio di Brazzano con Jassicco che resta alla riva destra
dell’Judri. È un piccolo esemplare, ma che ci dimostra, con l’uso accurato dell’acquarello, la varietà delle coltivazioni e le parti destinate a prato e pascolo lungo le sponde del fiume.
Se dal punto di vista del catasto l’Archivio di Udine non ci aiuta per le terre imperiali, ci ha permesso invece di trovare una serie di documenti e di piccole mappe legate al catastico dei possedimenti della famiglia Florio proprio a Brazzano. Tra queste carte inoltre c’è uno splendido disegno in inchiostro datato 22 maggio 1668 ed eseguito dal perito Bianchi Miglioranza che propone una veduta prospettica a volo d’uccello della collina di San Giorgio e della Villa di Brazzano. Il perito vi descrive minuziosamente le strade e i sentieri per accedervi. Si sofferma a descrivere la vegetazione, la chiesa e il campanile, la casa del pievano e il centro abitato di Brazzano, ma soprattutto va rimarcata la sistemazione dei terreni collinari con terrazzamenti e impianti di viti maritate ad alberi vivi, in prossimità degli antichi complessi fondiari collettivi. Tra note, appunti di campo, annotazioni e notule dei lavori svolti, libri paga di braccianti, beni di fattori e mezzadri, contabilità varie, ci sono una serie di piccoli fascicoli settecenteschi su buona carta che costituiscono il complesso dei catastici dei possedimenti dei conti Florio a Brazzano e Visinale con indicate le caratteristiche colturali e la superficie e corredati da splendide piante, acquerellate in scala, degli appezzamenti con l’indicazione puntuale dei confini. Tutte le piccole mappe sono abbellite da splendide rose dei venti a forma di fiore che impreziosiscono e rendono unici questi piccoli gioielli nascosti. Le indicazioni delle colture non lasciano dubbio neanche qui: ronchi, arativi vitati, prati, braide, ma soprattutto molti terreni vitati.

Abbiamo così concluso un viaggio che ha unito le terre di Rosazzo a Brazzano – i luoghi di Livio Felluga – ma la storia della cartografia di Ottocento e Novecento fa passi da gigante con l’arrivo di topografi sempre più preparati e di istituti cartografici nazionali che sfornano carte sempre più precise e scientificamente corrette, grazie anche alla soluzione dei problemi relativi all’orografia, con l’introduzione delle curve di livello, e al raffinamento dei sistemi di riferimento geografici. Ma questa è un’altra storia.
Il Novecento vede l’arrivo di Livio Felluga e della Carta di Livio che ci ha permesso di fare un viaggio tra mappe e catasti, tra topografi e cartografi, tra toponimi e idronomi, ma soprattutto ci ha fatto conoscere una piccola parte di un territorio che ha nel paesaggio culturale un elemento fondamentale per la propria valorizzazione. È un paesaggio che va visto, letto e percorso, per essere conosciuto e capito, amato e apprezzato, per cogliere fino in fondo tutte le molteplici sfaccettature di uno spazio fortemente vissuto e plasmato dalla vita di una comunità, di un paese, di una regione. Un luogo dove può ancora esistere uno stretto e fecondo legame tra il vino e la terra che lo produce.
E così l’invito è il medesimo di quello che troviamo alla fine del racconto del Piccolo Principe quando si rivolge al geografo chidendogli di consigliargli un luogo da visitare; e il geografo risponde «Il pianeta Terra, ha una buona reputazione...»

Di Mauro Pascolini, tratto dal libro "50 anni di carta geografica. Storia di un viaggio intorno".

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